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Mini prima serie. The real one, not the old one

mini prima serie

Chiariamo subito: io appoggio le mie nobili terga quotidianamente sul comodo sedile di una Mini di nuova generazione, ma è stata una scelta di comodo, dettata dalle dure necessità professionali: il mio cuore appartiene a lei, l’unica insostituibile, la Mini prima serie, Mini BMC di Sir Alec Issigonis.

MINI PRIMA SERIE: UNA RIVOLUZIONE SU QUATTRO RUOTE.

Correva l’anno 1956 e la chiusura del canale di Suez portava alla prima “crisi petrolifera”, spingendo il pubblico verso le auto piccole, con l’avvento delle cosiddette “bubble cars”, tipo la BMW Isetta.


All’epoca in Inghilterra si facevano ancora automobili, per cui la British Motor Corporation commissionó a Alec Issigonis la realizzazione di quella che oggi si sarebbe chiamata una “city car” ma che allora era solo un’auto piccola, economica e che consumasse poco.
Il risultato fu rivoluzionario: tre metri, meno di 700 chili, 35 cavalli, quattro posti e motore trasversale per quella che è stata la seconda auto più influente del ventesimo secolo dopo la Ford T ( la prima auto prodotta a livello industriale, per intenderci).

MINI, UN FENOMENO PER QUARANT ‘ANNI

Non vi voglio tediare con la storia della Mini: MK1, MK2, MK3, sempre in crescendo, con tutte le sue indimenticabili versioni, la Cooper, la Clubman, la Moke, tutti capisaldi di stile automobilistico, icone del british lifestyle.
Negli anni ha cambiato marchio di appartenenza: Austin, Morris, persino Innocenti in Italia (su licenza), mantenendo inalterato il suo fascino snob e ribelle.
la produzione cessó all’alba del terzo millennio, con il passaggio del testimone alla proprietà BMW.

LA MINI, UNA AUTO, DUE ANIME

Secondo me lo spirito della Mini ha almeno due chiavi di lettura: da una parte il mezzo ideale per spostarsi in città per il gentiluomo e la gentildonna (mia mamma guidava una MK3), con tutte le caratteristiche dell’eleganza: armoniosa, inconfondibile, sobria, dinamica ma “istituzionale”, un vero classico.
Dall’altra il kart da tenere nel box con cui andare in ufficio o all’università tutti i giorni.

L’equilibrio della “vetturetta” creata da Issigonis era tale da creare la base per sviluppare un perfetto bolide da Rally, pronto a mietere successi ovunque nel mondo.

Anche esteticamente, la prima si caratterizza da livree monocromatiche, dettagli cromati e tanto understatement, la seconda da fari supplementari “hella”, tetti a scacchi, strisce bianche, rollbar, gomme larghe e tanto, tanto Union Jack là dove si può mettere: insomma irresistibilmente maranza.

LA MINI A MONTE CARLO

La sua reputazione deriva principalmente dagli incredibili tre successi al Rallye di Monte Carlo (noblesse oblige, ovviamente), a cavallo degli anni ’60, con la celeberrima versione Cooper: nel 1963 Paddy Hopkins, nel 1965 Timo Mäkinen e nel 1967 Aaltonen conquistano il gradino  più alto del podio. La leggenda fu solo sfiorata nel 1966 quando una storica tripletta svanì a causa di una dubbia squalifica per una sottigliezza relativa ai fanali ( maledetti Francesi…).

UN  SUCCESSO PLANETARIO

La Mini sbarcó anche oltreoceano e fu grande amore, soprattutto da parte degli amanti delle racing cars (per intenderci Steve e Paul, i soliti) e da tutte le star di Holliwood, anche underground, visto lo spirito alternativo della simpatica vetturetta.

Il cinema se ne impadronì e, fra le tantissime apparizioni, vale la pena ricordare l’indimenticabile The Italian Job, con tre Mini lanciate in un inseguimento a dir poco esagerato.

SOLO GERMANIA? C’È CHI DICE NO

E nella fattispecie David Brown, un geniale artigiano suddito di sua Maestà che, dopo aver messo mano a Jaguar ed Aston Martin, è rimasto folgorato dal fascino della creatura di Sir Alec, riproponendola in chiave Remastered.
Si tratta di un numero limitato di esemplari, smontati e rimontati con degli uploads intriganti quali: scocca irrigidita, gomme e cerchi allargati, motore potenziato Fino a quasi 100 cavallini, abitacolo Hi Tec con display Apple o Android, cambio adeguato al nuovo motore di 1275 cc.
In buona sostanza, una saetta di 740 kg capace di andare da zero a cento in 11,2 secondi e spingersi fino a 145 km/h… Come dite? Pochino? Provare per credere…
Due le serie speciali: “inspired by Cafè Racer” e “Inspired by Montecarlo”: si parte da cinquantamila sterline per un massimo di cento esemplari.
Va beh, per i non “happy few” non resta che aggiudicarsi un buon usato (che comunque non è mai economico…) e darsi alla customizzazione maniacale.
Oppure ripiegare sulle nuove “bavaresi ” che, comunque, sono assemblate nella perfida Albione e quel certo non-so-che ce l’hanno sempre.

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